Bambini autistici: come spiegarlo in famiglia

Quando arriva una diagnosi di autismo, la prima preoccupazione è per il bambino.

La seconda, spesso, è per gli altri.

Come lo dico al fratello più grande?

Come lo spiego alla sorellina che non capisce perché lui si comporta così?

Cosa diciamo ai nonni — soprattutto a quelli che ancora credono che "sia solo questione di educazione"?

Queste domande non hanno risposte universali, ma hanno principi e conoscerli fa la differenza tra una conversazione che aiuta e una che complica tutto.

Ai fratelli e alle sorelle: l'età cambia tutto

Sotto i 5 anni i bambini non hanno ancora la mappa concettuale per capire la diagnosi come etichetta.

Quello che percepiscono, e che conta, è il COMPORTAMENTO.

Spiegare "il tuo fratellino/sorellina ha l'autismo" a un bambino di età inferiore ai 6 anni non produce comprensione.

Produce una parola nuova senza significato.

Quello che funziona a quest'età è spiegare i comportamenti specifici in modo semplice e concreto

"Marco a volte urla perché non riesce a dire con le parole quello che sente. Non è colpa tua e non è colpa sua."

"A Giulia piace sempre fare le stesse cose nello stesso ordine. La aiuta a stare bene."

Niente diagnosi.

Niente etichette.

Comportamenti, spiegati con gentilezza.

Dai 7-8 anni in su: la diagnosi può avere senso

A questa età i bambini notano le differenze in modo più consapevole e spesso hanno già fatto domande.

Una risposta onesta, calibrata sulla loro età, è meglio di un silenzio che genera fantasie.

"Tuo fratello/sorella ha qualcosa che si chiama autismo.

Significa che il suo cervello funziona in modo un po' diverso dal tuo, non meglio o peggio, diverso.

Alcune cose per lui sono più difficili, altre gli riescono bene, in altre ancora è superlativo."

Quello che è importante trasmettere:

non è contagioso, non è colpa di nessuno, non cambia quanto gli volete bene.

Ai nonni: il terreno più difficile

I nonni hanno cresciuto figli in un'epoca in cui l'autismo quasi non esisteva come diagnosi o veniva trattato in modo profondamente diverso.

Molti di loro associano ancora comportamenti autistici a "capricci", "timidezza", "mancanza di regole".

Questa non è malafede.

È il limite di un modello culturale che non aveva gli strumenti che abbiamo oggi.

Non con una lezione — ma con una storia.

Raccontare cosa si è visto, cosa ha detto il clinico, cosa si sta facendo.

Non "l'autismo è questo", ma "ho notato questo, ho chiesto, mi hanno spiegato, e adesso stiamo facendo così."

Le persone cambiano prospettiva molto più facilmente quando vedono i fatti, rispetto a quando ricevono teorie.

Come approcciarsi?

Cosa non fare

Non chiedere ai fratelli di "badare" al bambino autistico, di "essere pazienti perché lui non può farne a meno", di "fare sacrifici per il bene della famiglia".

I fratelli non sono terapisti.

Non sono assistenti.

Sono bambini con i loro bisogni — che spesso vengono messi in secondo piano senza che nessuno se ne accorga.

Il loro disagio, se c'è, va visto, nominato ed affrontato.

NON rimandato a "quando le cose si sistemano".

Il percorso dopo una diagnosi di autismo riguarda tutta la famiglia, non solo il bambino.

Se vuoi capire come affrontarlo con più strumenti e meno improvvisazione

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Un papà e l'autismo

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